Francesca racconta la sua missione in Congo

Pubblicato il:

1 Feb 2016

Mi chiamo Francesca Passaretta, ho 26 anni e vengo da Terni. Al termine di un percorso di formazione missionaria (GM, Giovani e Missione), tenutosi a Costano (PG) con i frati minori di alcune province del centro Italia, che mi ha portato a smascherare e riconoscere il mio desiderio di missione come un vero Desiderio, ho avuto il mandato per partire alla volta di Brazzaville, capitale del Congo Belga. Ho condiviso questa esperienza missionaria con Igor nell’Agosto 2015 e quello che abbiamo vissuto concretamente è stato lo spezzare la quotidianità con dei fratelli lontani. È stato Bello poter vivere insieme a tutti loro la fraternità, la misericordia, il saper perdonare l’altro nonostante tutto e la potenza dei gesti. Mi piace iniziare la descrizione di questo mese con la Parola di Dio:

“Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Osea 2, 16)
“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo 4,4)

Il deserto come luogo per fare memoria e per abbassare ogni difesa, che aveva indurito il cuore.
Solo qui possiamo aprirci per accogliere e sentire la voce di quel Padre Misericordioso, che da sempre ci viene incontro e ci chiama per nome. Parto dalla Parola di Dio, perché solo lei è il nostro vero nutrimento che sazia e la nostra lampada e perché il fare memoria ci serve per riconoscere nei vari passaggi della nostra vita la presenza di Dio e le enormi Grazie di cui Egli solo ci ha ricolmato. Il fare memoria mi mette nella condizione di guardare con i veri occhi, quelli della fede, e con il cuore grato ad esperienze, come quella missionaria, dove è stata tangibile la presenza di Dio. Sola, con la mia sola volontà, non sarei né partita né avrei vissuto quello che ho vissuto in Congo. Tutto è partito da un desiderio e dal riconoscere in me un desiderio, non mio, ma che veniva dal “fuori di me”. Come diceva Chiara Corbella “la verità è dentro ognuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla”. Solo se ci si affida e se ci si rimette alla sua Volontà iniziamo a vederci bene.

Francesca racconta la sua missione in Congo 2

Oggi, a circa 4 mesi dal mio ritorno dal Congo, inizio a guardare oltre i sentimenti e le emozioni provate. I numerosi semi gettati iniziano a farsi largo nel terreno, con la certezza che questo terreno, che ora li accoglie e protegge, potrà un giorno far nascere da essi dei frutti. Ora la missione è nel mio quotidiano, cioè testimoniare quanto vissuto e che Dio è presente in ogni luogo, anche e soprattutto in quei luoghi dove nessuno scommetterebbe, al di là di logiche politico-economiche. Ma Dio è Amore Vero, non calcolatore, dove la sola Logica è quella dell’Amore. In questi giorni ho pensato molto alla figura di Maria e solo lei mi ha aiutata nelle prime testimonianze che ho fatto a bambini ed adulti nelle parrocchie di Padova e di Terni. Maria è stata in grado di far spazio nel suo grembo, di farsi spazio accogliente; successivamente, lei ha custodito tutto ciò che aveva vissuto, le emozioni, le gioie, le difficoltà e anche tutto quello che non aveva compreso. Ho pensato a lei perché nel pre-partenza è stato fondamentale il fare spazio all’altro, mentre nel ritorno immediato dal Congo mi ha accompagnato il custodire quanto vissuto, il far sedimentare tutte le emozioni, comprese quelle cose che ancora non capivo. Infine, attualmente con la testimonianza sto sperimentando la mia missione quotidiana e il far uscire tutta la Bellezza vissuta.

In Congo ho trascorso un mese (Agosto 2015, il momento fissato dal Signore); più precisamente sono stata a Brazzaville nel centro di accoglienza Ndako Ya Bandeko (Casa dei Fratelli) e nei villaggi di Boundji e Makoua, dove c’è una missione dei frati francescani minori. A Brazzaville mi hanno accolta Fra Adolfo, frère Blaise e i ragazzi del centro. Appena arrivata ho sperimentato l’Accoglienza, perché qualcuno che non mi conosceva aveva già preparato un posto per me, nonostante avessi notato inevitabilmente quanto tutto intorno a me fosse diverso, inimmaginabile, ma non ero spaventata perché volevo essere terra desertificata ed accogliente. Così come avevo già sperimentato l’essere accolta, mi ero preparata all’accoglienza dell’altro, avendo trascorso il giorno precedente la partenza a preparare e mettere in valigia vestiti per i ragazzi del centro. Era il primo passo, come avrei capito dopo, era il mio iniziare ad uscire fuori di me per fare spazio a dei fratelli e per di più sconosciuti ancora. Non è stato sempre facile, perché l’uscire da sé non è sempre facile, ma è stato naturale.

Francesca racconta la sua missione in Congo 1

A Brazzaville le giornate avevano un ritmo e un sapore diverso. Al di là della sabbia, della polvere, dei cibi strani, delle zanzare, degli imprevisti e del resto, c’erano dei volti e delle storie. Le giornate avevano un sapore diverso ed erano più lunghe. Era come se ogni cosa avesse il suo tempo e come se ci fosse tempo per tutto. Il mettere la Preghiera al centro era di fondamentale importanza e il fare insieme ai ragazzi delle attività banali e quotidiane le rendeva ogni volta diverse. Ogni ragazzo, ogni persona conosciuta, è stata occasione di scambio: ci siamo scambiati l’un l’altro gesti, emozioni, parole, sguardi o silenzi. E quando si è nell’ottica dello scambio siamo già nella situazione di poter esprimerci nel nostro essere naturalmente esseri relazionali. Nei villaggi, invece, ho avuto modo di comunicare senza parole ma nel silenzio, che fa più rumore delle parole, con bambini e persone adulte. È stato lì che ho capito come a noi occidentali, dimentichi di Dio, manchi il sorriso e la gioia di vivere molto spesso. Noi abbiamo dimenticato quanto è bello vivere e sorridere, siamo troppo presi dal correre dietro a qualcosa che non c’è, abbiamo perso la meta e ci siamo centrati troppo su noi stessi. Questi nostri fratelli africani, invece, che avrebbero tutte le ragioni apparenti per smettere di sorridere non lo fanno. Certo, questa esperienza mi ha fatto conoscere anche gli aspetti di disagio e di difficoltà nei quali riversa il paese, i pregi e i difetti dei mie fratelli congolesi. Ciò che conta, però, è che ognuno di noi è ricchezza per l’altro e che la Bellezza va portata e condivisa. Nel mio caso non posso non far conoscere quella Bellezza che ho sperimentato. Ma oltre al grandissimo desiderio di tornare in questa terra, c’è anche la voglia di vivere il mio quotidiano da persona presente, grata e non dissociata. Ricordiamo sempre che tutto quello che è vissuto come Grazia di Dio non può essere vincolato ad un posto o ad un tempo, ma non essendo legato ad un posto, ma ad un Padre Misericordioso, va portato con noi, perché ne è parte e va fatto uscire da noi per ridonare i doni ricevuti e servire il Padre in qualità di docile strumento nelle sue mani. Infine, concludo con una espressione che mi ha accompagnata in questo mese a Brazzaville: “Kanga zoto”, espressione in lingala che Adolfo mi disse il secondo giorno nel momento in cui gli chiesi cosa potessi fare in casa; questa espressione, intraducibile in italiano ed accompagnata da un gesto, invita alla calma e al viverti il momento presente senza per forza darsi un compito da fare, al contrario di come siamo troppo spesso abituati.

Francesca